LA SPESA CHE AIUTA IL PIANETA

Come ha mostrato Slow Food in Expo, saper comprare può contribuire a salvaguardare la biodiversità. Vediamo insieme quali sono gli alimenti da scegliere e quelli da evitare

Formaggio, banana, gamberetto nella mostra di Slow Food in Expo

Alzi la mano chi, nel periodo delle festività, non fa una spesa più sostanziosa rispetto al solito. Alzi la mano anche chi, alla fine dell’anno, non fa buoni propositi pensando all’imminente futuro. Se ti stai chiedendo qual è il legame tra la prima e la seconda affermazione, posso risponderti che io l’ho trovato ripensando all’interessantissima mostra che Slow Food ha organizzato in occasione di Expo. Tra i tanti temi del percorso espositivo “Scopri la biodiversità” c’era anche quello del carrello della spesa.

Una serie di oggetti giganti, che riproduceva gli alimenti più frequentemente acquistati dal consumatore medio, creava l’occasione per riflettere sulle conseguenze che il consumo dei cibi industriali ha sulla nostra salute e sull’ambiente che ci circonda, e dava l’opportunità di informarsi sulle soluzioni alternative proposte dall’associazione no profit.

Padiglione di Slow Food in ExpoQuando sentiamo parlare di biodiversità a rischio e tasso di inquinamento elevato, solitamente tendiamo a pensare che siano problemi così grandi da non poter contribuire a ridimensionarli. Che siano problemi grandi è vero, che non possiamo farci nulla non lo è.
Proprio quest’estate alcuni studiosi dell’università di Exeter (Gran Bretagna) hanno dichiarato che la Terra sta attraversando la sesta grande estinzione di massa e che, per la prima volta nella storia, la causa scatenante è il comportamento irresponsabile dell’uomo, che continua a distruggere foreste pluviali, cementificare il territorio, inquinare acque e terreni. In questa situazione, ogni anno perdiamo 27mila specie vegetali e animali, il che significa che ogni ora ne scompaiono tre e ogni 20 minuti una. Mettere a rischio la biodiversità equivale a perdere ogni assicurazione sul futuro perché essa permette agli animali e ai vegetali di adattarsi a cambiamenti climatici, imprevisti e attacchi di malattie e parassiti, e a noi esseri umani di scoprire nuovi principi curativi. Un esempio su tutti? La vinca, erba selvatica del Madagascar, fornisce alcaloidi in grado di contrastare la maggior parte dei linfomi di Hodgkin e la leucemia acuta infantile.

Cosa puoi fare in quanto semplice consumatore? Sicuramente più di quanto credi. Ecco quanto ho trovato nel mio taccuino degli appunti raccolti alla mostra di Slow Food in Expo.

BIBITE

Ti sei mai chiesto se metti troppe bibite zuccherate nel carrello della spesa? Se non è ancora successo, forse è il caso di farlo, poiché il loro consumo è una delle principali cause di obesità, diabete di tipo 2 e carie. Bevendo una bibita di produzione industriale, solitamente dolcificata con uno sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, un adulto assume circa la metà della dose consigliata di zucchero, mentre un bimbo la supera. Come se non bastasse, questo tipo di bibite può contenere sia coloranti come la tartrazina, che causa iperattività e deficit di attenzione nei bambini, sia additivi di ogni genere. Ovviamente, non tutte le bibite sono uguali e leggere l’etichetta è fondamentale.
COSA FARE. La soluzione migliore sarebbe prepararsi un succo o un frullato in casa: in alternativa, acquista bibite senza conservanti né coloranti oppure succhi ottenuti dalla reale spremitura del frutto e non dal concentrato. Ricorda comunque che l’acqua resta il miglior dissetante in assoluto.

Mostra Slow Food in ExpoBANANA

Il commercio delle banane, alimento pressoché completo dal punto di vista nutrizionale e disponibile sul mercato tutto l’anno, è nelle mani di cinque potenti multinazionali che le coltivano in immensi latifondi (estesi fino a 5mila ettari), localizzati in 150 Paesi, con una netta prevalenza in America Latina. I coltivatori sono sottopagati, subiscono condizioni lavorative durissime e, a causa dell’ingente uso di pesticidi e fertilizzanti chimici di sintesi, corrono il grande rischio di ammalarsi gravemente. I caschi di banane sono raccolti ancora acerbi e, per arrivare sulle nostre tavole, percorrono distanze lunghissime in navi frigorifero, con gravi conseguenze per l’ambiente (emissione di anidride carbonica, gas serra, spreco energetico, ecc…). Arrivati a destinazione, i caschi vengono stoccati in celle di maturazione e i frutti sono poi trattati con ethephon, derivato sintetico dell’acetilene che regola la crescita e, trasformandosi in etilene, conferisce il tipico colore giallo acceso che invoglia i consumatori. Ma non è tutto. Benché esistano moltissime varietà di banane (lunghe e sottili, corte e tozze, di diversi colori), il mercato internazionale è dominato dalla Cavendish, nota per essere dolce, morbida e avere la buccia gialla. Secondo gli esperti, la poca diversità nelle grandi coltivazioni potrebbe comportare, nel giro di qualche decennio, l’estinzione del frutto. Proprio lo scorso anno, la Fao ha rimarcato come l’85 percento della produzione mondiale potrebbe essere compromesso a causa di un fungo.
COSA FARE. Per avere la certezza di mangiare frutti coltivati senza pesticidi né fertilizzanti chimici e senza l’impiego di forza lavoro minorile né sfruttamento alcuno dei coltivatori, scegli le banane biologiche del circuito equosolidale.

"Il carrello della spesa" nella mostra di Slow Food in ExpoBISTECCA

Ogni anno uno statunitense consuma mediamente circa 125 chili di carne, un europeo 74, un abitante dell’Africa subsahariana meno di 20. Se anche i cinesi e gli indiani iniziassero a mangiare la stessa quantità di carne degli occidentali, non basterebbe la superficie della Terra per sfamare il bestiame. Pensa che per produrre un chilo di carne di manzo con i sistemi di allevamento industriale sono necessari 7 chili di alimenti vegetali e 15.500 litri d’acqua e vengono immessi nell’atmosfera 36,4 chili di anidride carbonica. In altre parole, la filiera del bestiame produce il 18 percento dei gas serra responsabili del riscaldamento globale, una cifra che supera quella del settore dei trasporti. Ciò significa che continuare a mangiare carne con i livelli di consumo cui è abituato l’Occidente, e a cui si stanno avvicinando anche i Paesi emergenti, è insostenibile. Senza contare che nei grandi allevamenti intensivi, per produrre la massima quantità di carne al minor costo e nel più breve tempo possibile, gli animali vivono in condizioni pessime.
COSA FARE. Verrebbe da chiedersi se dobbiamo diventare tutti vegetariani. In realtà, basterebbe iniziare col consumare meno carne e di miglior qualità, proveniente da allevamenti attenti al benessere animale e alla qualità dell’alimentazione del bestiame. Se ti è possibile, privilegia le razze locali e scegli carne proveniente da allevamenti a ciclo chiuso, che riutilizzano il letame come concime. Cerca poi di rivalutare i tagli meno noti, così da non sprecare nulla. Può essere un’occasione per mettere alla prova la tua creatività in cucina nel renderli comunque gustosi e appetibili perché, si sa, fare bella figura con un taglio di carne costoso è sicuramente più facile. La soddisfazione che si prova nel saper sorprendere gli ospiti anche con poco è però tutt’altra cosa.

BOTTIGLIA DI PLASTICA

Quanti di noi non bevono acqua contenuta in bottiglie di plastica? Pochissimi, credo. Eppure questo comportamento crea tanti problemi al pianeta che ci ospita. La plastica è sì un materiale economico e comodo, ma costosissimo in termini di sostenibilità ambientale. Deriva dal petrolio o altre fonti fossili, ne viene fabbricata una quantità spropositata (26 milioni di tonnellate all’anno), ne viene riciclata solo il 6 percento e la maggior parte è usata per confezionare prodotti monouso, proprio come nel caso delle bottiglie d’acqua. Solitamente, i rifiuti plastici non riciclati vanno a finire negli oceani in pezzi sempre più piccoli. I pesci li scambiano per cibo, se ne nutrono e muoiono avvelenati. Talvolta, in mare si creano vere e proprie isole di plastica: la più nota è la cosiddetta “Trash Vortex” (vortice di spazzatura) del Texas, generata dalle correnti marine tra le Hawaii e il Pacifico del Nord.
COSA FARE. La soluzione migliore sarebbe quella di preferire alla plastica tradizionale altri materiali (carta, vetro, fibre biologiche, tela) oppure le bioplastiche biodegradabili. Se non ti è possibile farlo, cerca di differenziare correttamente ogni bottiglia: privala del tappo, se necessario sciacquala, pressala per ridurne il volume e gettala negli appositi contenitori.

CROCCHETTE DI POLLO

Crocchette nella mostra di Slow Food in ExpoAnche se pensiamo che in un piatto pronto ci sia un petto o una coscia di pollo, il più delle volte non è così. C’è invece una miscela di parti meno nobili e scarti della carcassa, mescolati con grandi quantitativi di mais e frumento, additivi e grassi. I polli da carne usati dall’industria alimentare provengono da grandi allevamenti intensivi, dove sono nutriti con mangimi a base di grassi vegetali, pochi cereali, soia e scarti di lavorazioni industriali. Essendo geneticamente frutto d’incroci e selezioni che favoriscono l’accrescimento rapido, questi polli possono essere macellati dopo poco più di un mese di vita. Nel corso di questo periodo, per evitare che si ammalino, vengono trattati con antibiotici. Oltre a inquinare l’ambiente quando raggiungono le falde tramite le deiezioni, questi antibiotici raggiungono anche il nostro organismo quando mangiamo. A tal proposito, molti studiosi ritengono che l’eccessivo impiego di medicinali nell’industria zootecnica contribuisca a rendere alcuni batteri più resistenti agli antibiotici, che invece dovrebbero combatterli.
COSA FARE. Quando devi comprare il pollo, scegline uno ruspante. Questo, per essere macellato, deve avere almeno tre mesi. Se vuoi comunque ricorrere ai cibi pronti a base di carne, leggi attentamente le etichette e seleziona quelli preparati con pochi e semplici ingredienti. Resta sempre valido il consiglio che Michael Pollan, giornalista e saggista statunitense, ha scritto nel suo libro In difesa del cibo: “Non mangiate nulla che la vostra bisnonna non riconoscerebbe come cibo”.

FORMAGGIO

L’etichetta dei formaggi industriali è una di quelle che “dice” molto poco e lascia intuire troppo. Per esempio, se il tipo di latte non è specificato (in “ovino” o “caprino”) significa che è di vacca; se non è indicata la dicitura “latte crudo” significa che è stato trattato termicamente. L’etichetta non dà informazioni sulla sua provenienza né su un suo eventuale acquisto a centinaia di chilometri di distanza dal luogo in cui viene prodotto il formaggio. Non ci dice nulla nemmeno sul tipo di caglio (naturale o chimico di sintesi?), su eventuali fermenti industriali, che spesso vengono aggiunti al latte per facilitarne la fermentazione e ridurre i difetti di produzione, con lo svantaggio di omologare il gusto. Anche se specifica eventuali allergeni, non precisa antimuffa, conservanti o altri additivi quali, per esempio, il fumo chimico, che conferisce il sentore di affumicato. In ultima analisi, non ci permette di scegliere il formaggio che vogliamo mangiare e neanche il tipo di agricoltura, allevamento e produzione che andiamo a sostenere con i nostri soldi. Ci illude solo di poter scegliere tra tanti marchi commerciali, dietro ai quali si nascondono in realtà prodotti molto simili tra loro.
COSA FARE. Ecco perché Slow Food ha proposto ai produttori dei presidi e ad altre aziende che s’ispirano alla sua filosofia la cosiddetta “etichetta narrante”, che illustra tutti gli aspetti produttivi che un consumatore dovrebbe conoscere per poter fare scelte consapevoli. Se non hai la fortuna di trovare questo tipo di etichette né di poter acquistare direttamente da un produttore, puoi chiedere informazioni dettagliate al venditore e, se anche lui non le ha, puoi comunque incoraggiarlo a procurarsele per la prossima volta.

GAMBERETTI

I gamberetti in commercio sono prevalentemente tropicali. Essi vengono catturati con reti a strascico che spazzano via tutto ciò che trovano al loro passaggio, causando così gravissimi danni ai fondali e incrementando il tasso di catture accidentali di altri pesci, che poi vengono rigettati in mare feriti o addirittura morti. L’acquacoltura non è una valida alternativa perché fa ampio uso di farine di pesce e determina un notevole inquinamento delle acque. Inoltre, spesso gli allevamenti sono causa della distruzione delle foreste di mangrovie, il cui ruolo è fondamentale per la protezione delle coste da uragani e maremoti e per la ricchissima biodiversità animale e vegetale che custodiscono.
COSA FARE. Mangiare meno gamberetti di certo non sarebbe una cattiva idea, ma se proprio non riesci a rinunciarvi, prima di acquistarli assicurati che arrivino da un mare vicino, che siano della giusta taglia e che siano stati pescati con tecniche tradizionali e più sostenibili.

INSALATA QUARTA GAMMA

Insalata quarta gamma nella mostra di Slow Food in ExpoSarà anche più pratica, ma l’insalata quarta gamma (ovvero quella già lavata, tagliata, asciugata e confezionata) che vendono al super non è per nulla sostenibile. Oltretutto, arriva a costare oltre dieci volte di più dell’insalata fresca. Come se non bastasse, all’acqua di lavaggio vengono solitamente aggiunte sostanze acidificanti e antiossidanti (soprattutto acido citrico e ascorbico), utili per prevenirne l’imbrunimento. Provenendo da agricoltura convenzionale, questo tipo d’insalata ha sicuramente subito in campo almeno quattro trattamenti, due di insetticidi e due di fungicidi.
COSA FARE. Compra l’insalata fresca non confezionata, magari al mercato o meglio ancora dal contadino che l’ha coltivata, ed evita quella che proviene dall’agricoltura convenzionale. Potresti anche provare a coltivarla sul balcone o nell’orto, prestando attenzione ai semi che acquisti. Avrà tutto un altro sapore e, non avendo bisogno di confezioni di plastica, anche un impatto ambientale pressoché irrisorio.

MERENDINE

Merendine nella mostra di Slow Food in ExpoZucchero, conservanti, coloranti, edulcoranti, additivi e olio di palma sono spesso gli ingredienti principali delle merendine industriali. In particolare, negli ultimi anni la diffusione dell’olio di palma è quasi triplicata a causa del costo molto basso e di proprietà chimiche che lo rendono molto versatile e non gli permettono di irrancidire. Va da sé che se aumenta la domanda di mercato, aumenta la produzione e, quindi, anche la superficie delle foreste a essa dedicata: negli ultimi anni milioni di ettari di foreste in Indonesia e in Malesia sono stati distrutti per far posto a monocolture intensive. L’olio di palma che arriva sulle nostre tavole, quale ingrediente invisibile di biscotti, merendine, cracker e creme spalmabili, non ha nulla a che vedere con il succo che si ottiene dalla spremitura delle bacche delle palme. Nei supermercati arriva un grasso saturo (dal 50 all’80 percento) e insapore che, dopo aver devastato il pianeta, può compromettere la nostra salute, danneggiando arterie coronarie e aumentando il colesterolo. Anche nel caso delle merendine, bisogna ricordare l’impatto ambientale del packaging di plastica.
COSA FARE. In questo caso la soluzione è molto semplice: prepara tu stesso una bella torta, magari coinvolgendo i tuoi bimbi. Vedrai che poi la apprezzeranno ancora di più. Se proprio non ti è possibile farlo, quando acquisti le merendine controlla bene le etichette. Scegli quelle con meno zucchero, conservanti, edulcoranti e additivi chimici, grassi idrogenati.

PATTUMIERA

Circa 1,3 miliardi di tonnellate: è proprio questa l’esorbitante quantità di cibo che viene sprecata ogni anno. Come se non bastasse, il numero di persone che non può permettersi cibo nutriente e sicuro continua a crescere benché l’attuale produzione alimentare globale sia in grado di sfamare 12 miliardi di persone, ovvero circa il doppio dei 7 miliardi di individui attualmente esistenti e ben superiore al picco di 9 miliardi previsto per il 2050. Il grande paradosso sta nel fatto che oltre 800 milioni di persone soffrono fame e malnutrizione, mentre circa il doppio è obeso e in sovrappeso. Se le cause sono tante e diversificate tra Nord (politiche agricole non opportune, eccesso di produzione, ecc…) e Sud (mancanza di infrastrutture e strumenti per la conservazione, inefficienza dei trasporti, ecc…) del mondo, l’effetto è uno solo: un sistema alimentare insostenibile, che genera elevate quantità di sprechi e non riesce a garantire cibo e salute agli abitanti del pianeta.
COSA FARE. Quando fai la spesa, compra solo lo stretto necessario e, se possibile, direttamente dal produttore. Non scartare frutta e verdure solo perché esteticamente imperfette, rispetta la stagionalità degli alimenti e segui una dieta varia. Impara a cucinare scarti e avanzi: le foglie esterne e i gambi delle verdure possono essere utilizzati in minestre saporite e salutari; carne, pane e riso in eccesso possono diventare ingredienti di polpette, crocchette o timballi. Se hai a disposizione un pezzetto di terra o un balcone, coltiva un orticello e utilizza gli scarti culinari per fare il compost.

UN MONDO DI MAIS

L'uomo di mais nella mostra Slow Food di ExpoSe in questo momento stai pensando a quanti atti inconsapevoli si possano compiere con quei gesti pressoché automatici che ti è capitato di fare in un supermercato, sappi che non sei l’unico. E sappi anche che c’è altro su cui riflettere. Tra i tanti temi legati alla biodiversità che Slow Food ha trattato con la mostra nel suo padiglione a Expo, ce n’è uno particolarmente significativo. Prima di visitarla, io non avrei mai riflettuto sul fatto che quello in cui viviamo è, in un certo senso, “un mondo di mais” e che siamo un po’ tutti uomini (o donne) di mais. Inutile dire che la cosa fa un certo effetto, soprattutto se sai che la percentuale di mais consumata in chicchi o farina senza aver subito processi chimici di separazione non raggiunge neppure un punto. Il fatto è che, anche se non si vede, il mais è contenuto in tantissimi alimenti prodotti industrialmente. Esempi ne sono biscotti, merendine, budini, gelati, burro di arachidi, caramelle, patatine, cibi pronti, yogurt aromatizzati, birre, tè, succhi di frutta e bibite gassate. Questo perché il mais può essere trasformato in addensanti, collanti, dolcificanti e lieviti. Spesso e volentieri, poi, non compare in etichetta perché i suoi derivati hanno nomi insospettabili (glucosio, sciroppo di glucosio, malto, sorbitolo, saccarosio e tanti altri). Dal mais deriva anche lo sciroppo di fruttosio, sostituto dello zucchero, che si è rapidamente diffuso dal 1980, anno in cui è stato introdotto nella composizione della Coca-Cola, e nel giro di poco più di 30 anni è diventato la prima fonte di zuccheri al mondo. Dall’amido di mais si ricava inoltre la versione più economica dello sciroppo di glucosio.
"Un mondo di mais" nella mostra Slow Food in ExpoL’impiego più diffuso del mais è comunque quello di mangime per il bestiame, quindi si può dire che esso contribuisce indirettamente al consumo della carne proveniente dagli allevamenti industriali. Tutto ciò ci spiega come le poche varietà ibride o geneticamente brevettate dalle industrie sementiere rendano il mais primo prodotto agricolo al mondo, con una produzione che nel 2013 ha superato la domanda di mercato e ha determinato un netto calo dei prezzi. Gli Stati Uniti, primi produttori al mondo, hanno raggiunto i 354 milioni di tonnellate all’anno. Le coltivazioni industriali di mais sono però così dispendiose, in termini di acqua, fertilizzanti ed energia, che possono reggere dal punto di vista economico solo finché i combustibili sono a buon mercato e le monocolture intensive vengono sostenute dai governi. A livello mondiale, il 32 percento degli ettari destinati a coltivazione di mais prevede l’impiego di organismi geneticamente modificati e, come è noto, questi impoveriscono la biodiversità perché necessitano di grandi superfici e un sistema monocolturale intensivo e perché il loro patrimonio genetico contamina quello delle colture tradizionali selezionate nei secoli.
Sul banco degli imputati stanno i tipi mais ibridi e quelli geneticamente modificati, di certo non il mais delle origini. In Messico e sulle Ande esistono centinaia di varietà dal patrimonio genetico e culturale inestimabile. La grande sfida è salvarle.

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13 pensieri su “LA SPESA CHE AIUTA IL PIANETA

  1. Camilla

    Ciao Sonia, complimenti per il blog e soprattutto per questo post, veramente ben fatto. Quando ho visitato il padiglione SlowFood ero rimasta particolarmente colpita da “un mondo di mais” e vorrei ripresentarlo a scuola. Purtroppo non riesco a ritrovare la foto che avevo fatto con tutta la spiegazione, mi chiedevo se tu ne avessi fatta una. Cari saluti dalla Svizzera

    Liked by 1 persona

    • Ciao Camilla, benvenuta su Foodnuggets e grazie per le belle parole! 🙂 Ho controllato in archivio e qualcosa ho. Non so se è esattamente quello che cerchi, ma posso comunque provare a mandartelo. Scrivimi il tuo indirizzo e-mail a foodnuggets(at)gmail.com A presto!

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  2. Nelle Feste più che mangiare di più nella mia famiglia in tutto 12 mangiamo ‘sfizioso’. In realta qualcosa che ‘sa’ di festa come per esempio il salmone affumicato, i ravioli di zucca fatti in casa, pese e carne cucinati con più estro.
    Per il resto mi taccio di mangiare sano senza paranoie: i livelli delle analisi annuali parlano chiaro. Del mio presunto peso forma ‘sforo’ di 3 o 4 kg ma non sono più una pischella e il corpo assume altre mudalità di consumo.
    Fanno sempre bene palestra e/o movimento intendendo passeggiate di almeno un’ora. Sally mi pungola in questo.
    Sally mangia ‘sano’ e non quelle schifezze che contengono quei tanto ‘prelibati’ cibi per cani e gatti per di più TESTATI SU POVERI CANI E GATTI!!!
    (verdure, pasta integrale e macinato di carne).

    Il vino è sempre in tavola la sera. E a volte anche un grappino!

    Acqua limone e ghiaccio o birra l’estate e mio figlio, ebbene, lui sì, la cocacola.

    Per principio non magio prodotti fuori stagione (fragole a dicembre!)

    ti abbraccio
    sherasaputella

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    • Ho sempre pensato che ognuno debba trovare il proprio equilibrio, anche e soprattutto nell’alimentazione. Ho imparato a mangiare meglio (e quindi a stare meglio) semplicemente sentendo me stessa e il mio corpo. Ciò che conta è la consapevolezza e ciò che colpisce è che il cibo che può fare bene a noi esseri umani è perlopiù il medesimo che non danneggia il pianeta. Il tuo cagnolino non è per nulla stupido.

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  3. ammazza…. spesso io non penso facendo la spesa e si dovrebbe invece…
    ps. l’altro giorno ho suggerito a mia cognata la crema di mozzarella! ho ritrovato nel blog tuo la ricetta e gliela ho fatta vedere… dicendo di aver fatto bella figura proponendola… io ci avevo messo delle piccole varianti!

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    • Già, si dovrebbe eccome. Ciò che mettiamo nel piatto ha effetto non solo sulla nostra salute e sulle condizioni dei lavoratori che lo producono ma anche sull’ambiente che ci circonda. I nostri piccoli gesti quotidiani possono davvero contribuire a migliorare il mondo, anche se a primo acchito può sembrare una cosa impossibile. 🙂
      Ps.: Ne sono felicissima. Spero che anche tua cognata rimanga soddisfatta e che magari trovi anche un’ulteriore variante. In cucina, come in tanti altri ambiti della vita, la creatività è fondamentale.

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